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Piazza
Vescovado
Più di qualunque altra opera, la ristrutturazione di Piazza Vescovado
caratterizza il passaggio di secolo della nostra città. L'importanza
di un luogo non solo religioso ma autentici cuore della Caprulae romana
e veneziana, incide notevolmente sulla valutazione di questo imponente
intervento di ristrutturazione, costato tre miliardi e mezzo, parte dei
quali ottenuti a fondo perduto grazie alla legge per le opere del Giubileo.
Polemiche in centrate in particolar modo sull'opportunità di tenere
in luce le fondazioni dell'antico battistero Madonna delle Grazie, che
sono state risepolte in attesa di tempi migliori; polemiche anche sulle
scelte progettuali, da parte di chi ancora non si è abituato alla
nuova veste, sia per la pavimentazione sia per la scalinata a mare. Quest'ultima
è stata definita "altare alla patria"
se di altare
si vuol parlare, si dovrebbe pensare ad un "altare al mare",
alla fonte di vita della nostra città, per secoli isola e legata
all'elemento marino che sembra "entrare" dalla fontana che ne
evoca il moto perpetuo.
Apprezzamenti unanimi, invece, per il "chiostro" che sostituisce
l'ex caserma dei Carabinieri, demolita senza rimpianti. Ora qui la spazialità
consente di apprezzare dalla passeggiata sul lungomare tutta la magnificenza
della cattedrale e del campanile, senza deturpazioni ma anzi con un elemento
umile che sembra prolungare la continuità delle pietre e delle
forme. Di grande valore anche il recupero degli affreschi murari di quello
che era l'oratorio di San Rocco, protettore dalla peste. E' nato, con
questo "chiostro", un piccolo percorso archeologico imperniato
sulla vera da pozzo romana, collocata proprio al centro del giardino.
La piazza , grazie all'eliminazione dello scalino che determinava un doppio
livello di selciato, raddoppia la propria area e questo forse crea qualche
disorientamento in chi era abituato ad un campo visivo più stringente.
Ora gli spazi sembrano enormi, con le linee di continuità di richiamo
del percorso di calle lunga che sembrano "affondare" ancor di
più nell'ampiezza. La pavimentazione, che a qualcuno non piace
perché affezionato al porfido di montagna, con la trachite euganea
richiama proprio il cuore di Venezia e della venezianità: Piazza
San Marco. Con la stessa trachite euganea sono state rifatte le pavimentazioni
delle piazze antistanti le cattedrali di Concordia, Milano, Assisi, Piazza
Ferretto a Mestre e molte altre città storiche. Un grigio neutro
che esalta il calore delle pietre romaniche della cattedrale e del campanile,
del muro di cinta dell'episcopio, persino della metafisica casa del fascio.
Ma la piazza non finisce qui: richiama la stessa tessitura della pavimentazione
anche Via della Canonica, retrostante il duomo, che più in là
si collega con Via della Sachéta portando al cimitero vecchio,
restaurato per la prima volta dai tempi della sua edificazione.
Rio
Terrà, calli e campielli
Rio Terrà è uno dei "salotti" all'aperto più
visitati del Veneto. Non solo d'estate i numerosi turisti in vacanza qui
si ritrovano per la passeggiata serale, anche fuori stagione in molti
scelgono di trascorrere qui le domeniche o i giorni di festa.
Motivo d'attrazione è questo ambiente unico nel suo genere, paragonabile
solo alle policrome case di Burano ma, rispetto alle isole veneziane,
facilmente raggiungibile dall'entroterra.
Rio Terrà significa canale interrato, perché Caorle fino
a metà '800 era tutta percorsa da canali interni: via Roma era
il "Rio di Palazzo" che portava al Palazzo pretorio adiacente
il Duomo; quindi il "Rio delle Beccarie", intorno all'attuale
ex scuola Bafile.
Il Rio Terrà delle Botteghe era il "Rio di Mezzo" e la
sua parte che svolta verso Piazza Papa Giovanni era il "Rio di Castello".
L'attuale rio interno del porto peschereccio prendeva il nome di "Riello".
Quindi una città-isola percorsa da canali, attraversati da quattro
ponti che nel tempo sono stati tombati per lasciar posto alle strade carrozzabili,
prima sterrate poi d'asfalto. Così la via principale, Calle Lunga,
che attraversava il nucleo centrale spaccandolo in due tronconi e giungendo
fin davanti al Duomo e al Palazzo pretorio, divenne una strada secondaria.
Primaria importanza assunse la via Maggiore, sulla quale sorsero le prime
botteghe di reti da pesca e generi alimentari; anche le osterie divennero
un irresistibile richiamo per i pescatori.
Nei secoli il centro storico ha visto sorgere e scomparire un certo numero
di chiese, oratori e "ospedali", gestiti dalle Confraternite.
Di palazzi, fatto salvo quello vescovile e quello del pretore, non ce
n'erano altri o almeno non se ne ha notizia. Anche il "Palazzòn",
edificio sviluppato su un corpo originario quattrocentesco, che si affaccia
su Calle Lunga, era così chiamato non certo per presunte vestigia
nobili ma solo perché dava ospitalità a un gran numero di
famiglie popolane.
Singolare è la constatazione che alcuni edifici all'apparenza antichi,
tali non sono, un esempio è l'enoteca-taverna in Rio Terrà
Romiati, con una marinaresca meridiana affrescata sulla facciata del corpo
superiore. Nelle foto degli anni '50 si nota come l'edificio fosse ben
diverso dall'attuale. Un segno questo di continuità storico-culturale,
dato che fino agli inizi del secolo scorso l'idea urbanistica rimaneva
ancorata agli schemi atavici, nella riproposizione dello stile veneziano-lagunare.
La fisionomia e l'ornato delle case si è modificato in questi ultimi
decenni avvicinandosi allo stile buranello, con case dai colori sgargianti,
un caleidoscopio un po' forzato se si considera che la colorazione delle
case del centro storico è sempre stata bicromatica: il piano superiore
dai toni slavati degli intonaci attaccati dagli elementi e dalle muffe,
il piano terra tinteggiato di bianco con la calce, che serviva anche a
tenere lontani fastidiosi insetti.
Ora tutto è diverso, un accoppiamento tra linee d'arte povera e
colori e materiali vividi che danno un qualche senso di irreversibile
mutazione tra antico e futuro.
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